Testimonianza sulla Prostituzione

Articolo pubblicato sulla Rivista Pro – Vita 2017.

Un libro – testimonianza racconta la verità sulla prostituzione.

L’uscita del libro-testimonianza della giornalista Rachel Norman: “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione”(Round Robin editrice Roma 2017) sfata molti miti comuni sulla prostituzione e fornisce l’occasione per un confronto tra la legislazione italiana e
quella di altri paesi sul contrasto allo sfruttamento nella prostituzione. L’autrice si definisce nel libro una sopravvissuta alla prostituzione, essendo vissuta per sette anni giovanissima nel mondo della prostituzione. Tiene a sottolineare che è più esatto il termine “prostituite”: una donna infatti può essere una prostituta soltanto quando è stata prostituita da qualcun altro e difficilmente può avere senso logico riferirsi alla prima ignorando il secondo. L’ingresso di Rachel nella prostituzione è stato fortemente favorito dalla situazione di disagio familiare, dallo svantaggio educativo e dall’emarginazione. Inizia per lei, senza esserne consapevole, una grave forma di depressione e dipendenza verso una forma di vita sregolata nella quale assume un atteggiamento autodistruttivo
dovuto alla mancanza di autostima.

La sua testimonianza ricorda anche le prostitute che sono state uccise e che si sono suicidate e afferma che l’industria del sesso funziona come un mondo alla rovescia dove dominano il paradosso e la mistificazione. “La prostituzione costringe all’invisibilità, ti fa
credere che tu ti sia cercata o meritata la violenza subita perché alla fine è stata la tua scelta”. Il trucco: incolpare la vittima per far sparire il carnefice. Cancellare l’abuso facendolo diventare “scelta”. Gli abusi ripetuti sono “servizi sessuali”, lo sfruttamento
sessuale sistematico e violento è “lavoro sessuale”, l’abuso subito nell’industria del sesso è “un diritto umano da tutelare”, i bordelli “luoghi di lavoro sicuri”. Anche per la prostituta d’alto bordo l’umiliazione è comune: il suo corpo viene usato quotidianamente molto più al chiuso rispetto a quello delle prostituite in strada. Il sesso che viene comprato dalle prostituite è lo stesso tipo di sesso che viene rubato nello stupro: esistono solo corpi, non esseri umani, e sono sempre gli uomini ad esercitare il controllo. La donna quindi vive tutti quei sentimenti negativi che derivano dalla violenza sessuale, ma li accetta e si costringe al silenzio. La vergogna e la colpa le
impediscono di rivendicare i suoi stessi sentimenti.

Ecco perché le strategie di sopravvivenza delle prostitute sono la rabbia, l’auto-inganno, l’abuso di sostanze stupefacenti, il rifiuto della verità: per anestetizzare il proprio sé. Scrive la Norman che le prostitute soffrono regolarmente di depressione. E quando si
rivolgono a un medico, questi pensa di dover mantenere efficiente il suo corpo (libero da infezioni ecc.), mai pensa che la donna possa aver bisogno di sostegno psichiatrico. “Mi è stato offerto un sacco di aiuto mentre ero nella prostituzione – scrive la Norman –
se per aiuto intendiamo regalare preservativi e offrire test per le Infezioni Trasmesse per Via Sessuale. Mi è stata offerta un sacco di assistenza riconosciuta e così facendo rafforzavano senza volerlo la mia posizione all’interno della prostituzione ma non ho
ricevuto alcuna assistenza che mi permettesse di uscire dalla prostituzione”.

La commercializzazione della violenza sessuale implicita nel sesso a pagamento non viene riconosciuta e proprio per questo motivo non viene nominata. Il libro si sforza di richiamare l’attenzione su di essa di attribuirle il suo vero nome. La Norman afferma: “Non mi sono mai e poi mai imbattuta in una donna per la quale vendere il proprio corpo fosse motivo di felicità. La prostituzione è violenza sessuale, violenza sessuale retribuita”. All’età di 22 anni l’autrice si libera di quella vita grazie alla sua forza interiore e al ricordo
di quel poster appeso dalla madre alla parete della cucina che raffigurava uno scalatore su una montagna con ghiaccio pericolosamente scoscesa. La didascalia: “Dove c’è volontà, c’è possibilità”. Rachel Norman si laurea, diventa giornalista, vince il premio Hybris per l’eccellenza nel giornalismo. Attualmente tiene conferenze a livello internazionale sulla prostituzione e la tratta. E’ una delle fondatrici di SPACE International acronimo per “sopravvissute all’abuso della prostituzione che chiedono di illuminare l’opinione
pubblica”.

L’idea che la depenalizzazione e la regolamentazione servono a proteggere le donne è un altro dei miti da sfatare: secondo la Norman “Regolamentare la prostituzione significa legittimare l’umiliazione di essere prostituita e assolvere coloro che la infliggono”.
In Australia, da quando è stata regolamentata la prostituzione, la tratta di donne a scopo sessuale è esplosa (M.L.Sullivan, S. Jeffreys, Legalisation: The Australian Experience, Violence Against Women, 8,9, pp. 1140-1148, 2002): ha provocato una crescita vertiginosa del numero dei bordelli, che sono diventati la culla del crimine organizzato, della tratta a scopo sessuale, della corruzione e di ogni forma di costrizione. Anche la ricerca internazionale di Kathleen Barry, Female Sexual Slavery (1979) e The prostitution of Sexuality (1995), dimostra la stessa cosa. La Svezia ha introdotto nel 1999 una legislazione all’avanguardia che proibisce l’acquisto di servizi sessuali e al contempo ha messo in atto tutte quelle misure necessarie per assistere le donne (istruzione, tirocini per inserirsi nel mondo del lavoro): la prostituzione in strada si è dimezzata. La Norvegia è diventato il secondo paese dopo la Svezia a criminalizzare l’acquisto dei servizi sessuali.

Poi l’Islanda. Attualmente il modello nordico è in discussione in Israele, Gran Bretagna, Finlandia e Francia. La criminalizzazione del cliente costringe lui ad accettare la realtà del suo ruolo di abusante – una realtà che gli uomini che usano le prostitute rifiutano, negano e in misura massiccia ignorano. Viceversa, in Germania, dove hanno regolamentato la prostituzione, è accaduto che alcune donne disoccupate hanno rischiato di perdere l’assegno di disoccupazione perché si rifiutavano di “lavorare” nei bordelli. C’è voluta una sentenza della Corte federale tedesca per chiarire la questione. Per legge che la prostituzione è un “lavoro” come un altro!
Un’altra delle bugie create per normalizzare la prostituzione è l’idea che la presenza della prostituzione diriga l’aggressività maschile lontana dalla popolazione femminile non prostituita. Susan McKay, l’ex direttrice del National Women’s Council of Ireland ha
demolito questo mito quando ha detto: “Studi dimostrano che gli uomini che usano regolarmente le prostitute sono più inclini a diventare violenti con le donne con le quali sono in relazione. Gli uomini che usano le prostitute sono uomini che non rispettano le
donne”.

Quello che serve alle prostitute è sapere che non sono sole. Che ci sono persone che le compatiscono e le vogliono aiutare a riscattarsi. “Una delle visioni più rincuoranti che mi sia capitato di vedere – dice la Norman – è stata quella di un gruppo di uomini seduti insieme in prima fila, durante una campagna di criminalizzazione della domanda della prostituzione in Irlanda. Erano palesemente degli uomini. Artisti, scrittori e dirigenti di unioni sindacali. Facevano parte della coalizione Turn off the Red Light (Spegni la Luce Rossa), che chiedeva lo sradicamento della prostituzione in Irlanda”. “Spero di vivere abbastanza da vedere che i programmi alternativi di fuoriuscita dalla prostituzione finanziati con fondi pubblici siano accessibili tanto quanto lo è ora la prostituzione, per le donne, perché soltanto in un mondo del genere le donne e le ragazze, così come l’adolescente che sono stata, potrebbero vivere la possibilità di fare alcune di quelle “scelte” di cui il mondo continua a parlarci”.

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